C’era una volta l’Afghanistan, una mostra e un convegno a Torino

Una mostra e un convegno che hanno come sfondo l’Afghanistan.

CULTURA PRIMO PIANO /
C’era una volta l’Afghanistan
Davanti alle mura di Ghazni, Afghanistan centrale (Archivio Biblioteca Nazionale Svizzera, BN)
Scritto da / 8 Novembre 2019

Un Paese ancora oggi ai più poco noto ma che è da 40 anni, ciclicamente, al centro delle cronache un Paese dove la guerra non è mai finita da quel dicembre 1979, quando le truppe sovietiche lo invasero, a cui seguì il regime dei Talebani e la guerra Usa dopo l’attentato alle torri gemelle.

La mostra parla di un viaggio stupefacente che due giornaliste svizzere, Annemarie Schwarzenbach e Ella Maillart, compirono nel 1939 in auto, da sole, da Ginevra a Kabul. Un’impresa, per l’epoca, che aveva due motivazioni: da un lato un grande reportage di scoperta etnografica di genti e popoli, la osservazione di luoghi quasi del tutto sconosciuti dagli occidentali; dall’altro un viaggio interiore alla scoperta di sé stesse e di fuga dall’Europa (una fuga morale) che stava per precipitare nella Seconda guerra mondiale, dopo che Hitler aveva stretto il patto d’acciaio con Mussolini, invaso la Cecoslovacchia e, di lì a pochi giorni, sottoscritto il turpe patto di spartizione della Polonia con Stalin.

La mostra (dal 18 novembre presso il palazzo de Rettorato dell’Università di Torino, a cura del Centro studi Federico Peirone) espone le riproduzioni  su grandi pannelli, delle fotografie e dei filmati originali realizzati all’epoca dalle due protagoniste.
Le immagini sono la testimonianza di un mondo che in gran parte non c’è più: ci riportano un Afghanistan arcaico, ancora percorso da tribù nomadi, capi tribali o capi villaggio che accolgono le due donne, che viaggiano sole, con cortese e curiosa ospitalità.
Un lungo viaggio sul crinale di un’epoca che finiva e di un’altra che cominciava anche nelle steppe infinite dell’Asia, dove le tribù nomadi di Kirghisi, Turcomanni, Hazara erano minacciate dalla modernità, dalla chiusura delle frontiere e dalla volontà dei governi di renderle stanziali.

Ma straordinario non è solo il viaggio quanto anche le personalità due protagoniste.

Ella Maillart (Ginevra 1903-Chandollin 1997) non volle rientrare in Svizzera fino alla fine della guerra. Visse 5 anni in India alla sequela di saggi e sapienti che le insegnarono “L’unità del mondo”. E se è l’Oriente che allora parla più forte al suo cuore, non di meno medita su libri sacri come il Vangelo e il Corano. Resta una delle più grandi viaggiatrici del Novecento: celebri i suoi reportage negli anni Trenta dalle inquiete repubbliche asiatiche dell’Urss piegate con la forza al comunismo, dalla Cina lacerata dai signori della guerra, dalla Manciuria invasa dal Giappone e molti altri. Uno spirito forte, equilibrato, morale. Del viaggio Kabul-Ginevra scrisse nel 1946 (nel libro “La via crudele” ed. EDT Torino) “ prima di quel viaggio cercavo le differenze fra i vari popoli, dopo quel viaggio ho ricercato le somiglianze”.

Al culmine della sua fama, a 36 anni, incontra la scrittrice, fotografa e giornalista, più giovane di 5 anni, Annemarie Schwarzenbach (Zurigo 1908-Sils in Engadina 1942) che sarà la sua compagna nel lungo itinerario. Figlia di una delle più ricche famiglie svizzere, la Schwarzenbach era in una clinica a disintossicarsi dalla morfina.
Bella, androgina, preda di grandi passioni e depressioni, inquieta e fragile, aveva vissuto l’ambiente decadente e disperato degli intellettuali e artisti nella Berlino alla vigilia del nazismo. Antinazista militante, amica di Thomas Man e dei suoi irrequieti figli, è vittima del clima europeo di quegli anni nel quale non riesce a identificarsi. Nel 1935 aveva sposato, a Teheran, il diplomatico francese Claude Clarac, dal quale mai divorzierà. L’amicizia e la corrispondenza con Ella Maillart continua anche dopo lo straordinario viaggio Ginevra –Kabul . “Credo che la fame e la povertà non siano tanto da temere quanto alcuni tormenti della mente” scriverà Ella Maillart a proposito della sua compagna di viaggio.

Dopo altri due anni di inquietudini e turbamenti, sempre in giro per corrispondenze con giornali e riviste svizzere, Annemarie Schwarzenbach parte, nella primavera del ’42, per il Congo, dove vuole realizzare corrispondenze sulle truppe della Francia libera fedeli al gen. De Gaulle. Nei dieci mesi d’ Africa, sembra aver trovato la luce e la pace. Scrive a Ella Maillart di aver capito che “ per ritrovare le fonti della nostra fede, della nostra coscienza, del nostro sapere sul bene e sul male e del nostro amore verso questo mondo, bisognerebbe cambiare tutto il nostro essere, la minima parola, il minimo respiro, verificare tutto alla luce , la sola sincera, del nostro incontro con il volto divino”. E aggiunge “ lo ritroviamo nel volto degli esseri umani, ma è un lungo cammino e solo là sarà la vera compassione, l’unica reale fraternità”. Parole scritte con il pensiero rivolto all’Europa in fiamme.
Di ritorno dal Congo rivede, dopo 5 anni, nell’estate del 1942, il marito console in Marocco, riproponendosi di tornare a vivere insieme, per un affetto ritrovato.
Rientrata in Svizzera, morirà poche settimane dopo, il 15 novembre 1942, a soli 34 anni, per le conseguenze di una caduta dalla bicicletta, pochi giorni prima di ritornare in Marocco dal marito.

La mostra sarà preceduta da un convegno (nella stessa sede) che parlerà dell’Afghanistan di ieri e di oggi: intervengono l’Inviata speciale di Mediaset Stella Pende, il Presidente del Ce.si ( centro studi di politica internazionale) Andra Margelletti e il prof Giovanni Rizzi, barnabita, docente alla facoltà Urbaniana di Roma, autore di alcuni volumi sull’Afghanistan dove ha vissuto a lungo.

P. G.

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