Un sostenitore per Lovers

L’anno scorso una pericolosa caduta, e ora la ripresa.

ARTE TERRITORIO /
Lovers: Film Festival Torino
Immagine tratta dal sito ufficiale http://www.loversff.com
Scritto da / 4 maggio 2018

E non solo: per il festival di Cinema gay-Lovers, ora anche un importante fatto nuovo. Alcuni sostenitori da sempre vicini alla manifestazione si impegnano seriamente e ufficialmente per ricercare altri sostegni per il festival, anche e soprattutto economici, qualche marchio, qualche imprenditore, qualche azienda che possa finanziarlo, per dare al nuovo Lovers un vero, meritato, robusto rilancio.

Del resto, in quest’ultima edizione il festival è andato bene, recuperando quella parte del suo pubblico che l’anno scorso gli aveva voltato le spalle, anche se purtroppo quel pubblico rimane ancora quasi soltanto il “suo”, quello della cosiddetta “comunità gay”. Le sale del cinema Massimo hanno registrato 21.500 presenze, contro le 18 mila precedenti, il 20 per cento in più. Un risultato di successo che diventa ancora più significativo se si considera che la manifestazione quest’anno ha avuto un giorno in meno. Il direttore Irene Dionisio e il presidente Giovanni Minerba, lo storico fondatore del festival, con il Museo del cinema che tuttavia quest’anno, limando ulteriormente la cifra, ha attribuito a Lovers meno di 400 mila euro, possono essere soddisfatti, e non solo sul piano della partecipazione. Cinema gay è infatti migliorato da molti punti di vista. Si è respirato un nuovo clima, a cominciare dal rapporto di fiducia e di collaborazione tra il direttore e il presidente. Un rapporto che un anno fa sembrava ridotto al minimo, pura e distaccata cordialità, fino a registrare palpabili momenti di tensione. Minerba era stato defenestrato da poco dal ruolo di direttore senza tante spiegazioni, e la Dionisio con il suo gruppo di collaboratori quasi totalmente rinnovato, aveva tentato un rilancio velleitario, basato sul cambio del nome, in inglese, rivelando così un provincialismo conformista che il festival non merita, e su una linea editoriale di cinefilia dura e pura che nulla concedeva allo spettatore meno motivato.
E il risultato si era fatto vedere: vistoso calo di spettatori, abbandoni, critiche anche dagli addetti ai lavori, polemiche.
Da qui alcune correzioni che hanno giovato, con un programma di film più attento alla varietà dei gusti della platea, compreso il vincitore, il brasiliano Tinta Bruta, e tra gli altri premiati lo spagnolo Tierra firme. Un insieme di generi diversi, drammi, commedie, perfino un horror, una leggerezza accanto all’impegno militante che il pubblico ha gradito. Rimane ancora, e a lungo forse rimarrà, quella tendenza non solo del festival torinese ma un po’ di tutto il cinema di genere omosessuale, a mostrare regolarmente il sesso esplicito, insistito, particolareggiato, come se non se ne possa fare a meno. E qui non si tratta di sessuofobia, o peggio, di omofobia. Ma ci si potrebbe chiedere: se il cinema etero, almeno quello serio e di impegno, quando non è artisticamente necessario ne fa a meno, perché il cinema gay non può fare lo stesso? Perché il cinema omosessuale di valore in fatto di sesso non può, non vuole essere un cinema finalmente “normale”?
Con i film, altre ventate di impegnata leggerezza sono arrivate con alcuni ospiti che, pur nella diversità della loro caratura – l’attrice-regista Valeria Golino, l’attore-regista Pif, i cantanti Francesco Gabbani e Nina Zilli, la giornalista Concita De Gregorio – sono riusciti a richiamare un pubblico che a un festival, con i film di valore, chiede anche il contatto con qualche personaggio di fama e di successo, vicino o lontano dal cinema che sia. Una “mediazione” necessaria alla quale nessuna manifestazione cinematografica può sottrarsi .E cinema gay, tornato più vivace, questa contaminazione è tornato a cercarla.

Se questa, dunque, è la strada, negli anni passati già percorsa da Giovanni Minerba, il festival allora può inseguire nuove ambizioni, e in primo luogo quella di portare nelle sue sale nuovo pubblico, perché non rimanga circoscritto al mondo dei gay, tentando di conquistare altri spettatori e di farsi conoscere da una città che poco lo conosce e che perfino in ampi settori di cultura media ed elevata  non lo “riconosce”.
Un festival, insomma, sull’universo omosessuale ancora misconosciuto e ignorato, quando non marginalizzato e osteggiato, e non soltanto un festival “degli” omosessuali, come invece ancora, non a torto, viene vissuto.
Un’ambizione avvertita anche dall’interno della cosiddetta comunità gay. Non a caso proprio durante quest’ultima edizione è nata l’associazione “Le amiche gli amici del festival Lgbt di Torino” che vuole raccogliere nuovi sostenitori e recuperare vecchi appassionati che per un motivo o per l’altro se ne sono allontanati. Ma c’è anche uno scopo, se possibile, molto più importante: cercare aziende, piccoli e grandi imprenditori, marchi e attività produttive che con una scelta controcorrente e forse singolare vogliano promuovere la propria immagine attraverso il festival di cinema gay.
Davvero obiettivo ambizioso, ma non troppo ardito e tantomeno proibitivo in una città che nonostante appaia chiusa, sa tuttavia mostrare tante facce e aperture sorprendenti e perfino misteriose.

Nino Battaglia

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