Venezia, sulla pelle di Cucchi

Ha lasciato il segno, e ancora se ne parlerà tra qualche giorno con i premi e l’uscita ufficiale anche nelle sale, il film “Sulla mia pelle”, che aveva aperto la sezione “Orizzonti” dedicata al cinema emergente italiano, della Mostra del cinema di Venezia.

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Sulla mia pelle
Frame tratto dal trailer ufficiale di Netflix del film "Sulla mia pelle"
Scritto da / 6 settembre 2018

La pellicola è di Netflix, la società che produce film e serie destinato esclusivamente alla Tv, ai computer e agli schermi portatili, e c’è grande dibattito, con polemiche, su queste nuove modalità di distribuzione dei film.
In attesa di accordi e regole, Netflix di volta in volta decide di fare qualche eccezione, mandare i film anche nelle sale, seppure per brevissimi periodi.

Un segno forte, comunque, lascia Sulla mia pelle, per diversi fattori incrociati, la qualità del film in quanto tale, firmato dal giovane esordiente Alessio Cremonini, il suo “genere”, che è quello della denuncia civile, da tempo ormai poco frequentato dal cinema italiano, il delicatissimo tema che affronta e, certo non ultima, la grande interpretazione del protagonista Alessandro Borghi.

In campo c’è infatti il “caso Cucchi”, la vicenda umana prima ancora che giudiziaria, peraltro ancora aperta a quasi 10 anni dai fatti, del giovane Stefano Cucchi, arrestato a Roma per possesso di droga nell’ottobre del 2009, e morto in cella dopo 7 giorni di carcere. Morto come, perché, in quali circostanze? Ecco, sono i gravi interrogativi che pone il bel film di Alessio Cremonini, e che purtroppo sembrano avviati ad entrare nel novero dei tanti “misteri italiani”.

Un film che nasce dall’attualità del Paese nella sua crudezza, a partire da quel corpo martoriato sul gelido lettino di un obitorio. Lì giace Stefano Cucchi, sorpreso alcuni giorni prima da una pattuglia dei carabinieri con un amico in possesso di droga. Se c’è possesso, certo, per chi indaga dalla prima ora in poi, potrebbe esserci, anzi deve esserci anche lo spaccio. Il passo è breve. Del resto, al giovane geometra Cucchi i precedenti non mancano, sempre per droga: denunce, arresti, comunità di recupero, farmaci che tamponano la dipendenza, uscite e ricadute nell’inferno degli stupefacenti.

Ed è così che nella realtà come nel film inizia il suo calvario. Arrestato. E in una cella di sicurezza chissà cosa succede, certo qualcosa che non dovrebbe mai succedere. Il regista con accorta prudenza ma anche con grande intelligenza, sensibilità artistica e pudore, ha fatto una rigorosa scelta di stile, quella di non far vedere pestaggi, né far sentire colpi di pugni, di bastoni, urla, insulti, invettive, invocazioni, pianti: la macchina da presa resta dietro la porta di una stanza dove è stato portato Cucchi, in uno spoglio corridoio gelidamente illuminato come può esserlo quello di una caserma, e l’azione del film è ferma, come sospesa in un silenzio assoluto.

É caduto dalle scale, Stefano Cucchi, si dirà dopo la morte. No, tra caserme e carceri  è stato pestato ed è morto per le percosse. Si dirà. E’ una verità che non c’è ancora, quella sul caso Cucchi. Una verità negata, coperta, occultata. Momenti duri, nel film, carichi di tensione, di sconcerto. E di emozioni. Il giovane è in condizioni pietose, denutrito, ricoperto di ematomi, fragile, indifeso, in preda a dolori che sopporta in un silenzio appena interrotto da rari lamenti. Passa da una caserma all’altra, da un carcere a un’infermeria, a un ospedale, a un’aula di giustizia. Lui prima nega e poi conferma di essere stato pestato: ha paura di parlarne apertamente, in cuor suo pensa che nessuno gli crederà. E infatti, nessuno si prende cura davvero del suo caso e delle sue condizioni, finché col passare dei giorni non interverrà la sorella, Ilaria Cucchi, nel film interpretata da Jasmine Trinca, con la sua battaglia per la verità.

E intanto Stefano Cucchi si spegne. Talvolta rifiuta esami e cure, è in uno stato di dolore fisico e depressivo che lo porta a disperate scelte di rifiuto e di incoscienza nei confronti di se stesso. Medici, infermieri, agenti di polizia, carabinieri, magistrati: tutti si attengono rigidamente quanto burocraticamente al proprio compito, ai regolamenti, non un gesto, una decisione che vada un po’ più in là, ognuno pensa che fare qualcosa per quel giovane arrestato, in quelle condizioni, non è “di sua competenza”.

Ed è così che Stefano muore. Era entrato sano in carcere, e dopo qualche giorno ne è uscito cadavere. E poi, l’inchiesta e tutti che negano che sia successo qualcosa che non doveva succedere: perizie, interrogatori, reticenze, omertà, non era compito mio, io non c’ero, io c’ero ma ero di là, io c’ero ma non ho visto niente. Il film racconta questo strazio con grande partecipazione, e il pubblico sembra percepirlo, quasi che quelle sofferenze si riversino sulla sala. Anche se non siamo di fronte a un capolavoro, Sulla mia pelle riporta quel cinema italiano di cui si sente da tempo l’assenza, il cinema civile che indaga sulla realtà del presente nel paese. Anche senza dare certezze. Se non altro, basterebbero gli interrogativi.

Nino Battaglia

 

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