Ivano Carcano racconta “Lo Spirito del pianeta”

Intervista con Ivano Carcano Direttore artistico del Festival “Lo spirito del pianeta” giunto alla sua diciottesima edizione.

AMBIENTE /
Lo spirito del pianeta: Tufi della Papua Nuova Guinea
Lo spirito del pianeta: foto Ufficio Stampa
Scritto da / 18 Maggio 2018

Un’avventura nata “dalla passione e dal bisogno personale di conoscenza”, come evidenzia il suo ideatore, oggi Direttore artistico della kermesse, “grazie all’incontro in Canada con alcuni componenti della tribù dei Blackfeet i Piedi Neri, che mi ha spalancato la possibilità e la voglia di approfondire altri punti di vista”. Da qui l’idea che la reciproca conoscenza si può trasformare in reciproco rispetto.

Così nasce “Lo Spirito del pianeta”. L’idea si sviluppa dopo un incontro organizzato a Brembate di Sopra – il paese di Carcano – con gli stessi nativi americani e la popolazione locale. Diventando nel tempo l’unico festival tribale indigeno in Italia, ospitato per l’edizione 2018, presso il Polo Fieristico di Chiuduno (BG) e che andrà in scena da venerdì 25 maggio a domenica 10 giugno. Nel corso di questi diciotto anni la rassegna si è trasformata “dal primo appuntamento che vedeva la presenza di popoli rappresentanti di ogni continente, si è passati alle 24 popolazioni indigene e alle numerose associazioni legate all’ambiente presenti quest’anno, ai 220.000 visitatori del 2017, alla realizzazione di un festival a impatto ridotto (nel 2017 è stato recuperato il 70% dei rifiuti prodotti)”.

Si è passati dall’iniziale voglia di conoscenza, alla collaborazione, alle amicizie, alla creazione di progetti culturali e umanitari nel territorio di appartenenza delle popolazioni indigene. “Tutto questo ci ha permesso – a noi e ai visitatori – di riscoprire chi siamo e da dove arriviamo. Si è creata l’Assemblea dei popoli indigeni, e si è cercato di mettere in rete i 400.000 indigeni che popolano il nostro pianeta, per dare vita ad un portale dove si possano conoscere tradizioni, culture, conoscenze, saperi e territorio dal punto di vista ambientale di queste popolazioni”.

Un’operazione che vede nell’informazione lo strumento per produrre conoscenza e pensiero perché “conoscere serve anche per tutelare, da qui la scelta dell’entrata libera per i visitatori al Festival e della presenza all’interno della manifestazione di spazi per canti, danze, ma anche per le cerimonie. Ed in tema di reciprocità si approfondisce con laboratori e stand sia delle popolazioni indigene, sia degli “artigiani-artistici” del territorio. In questa edizione saranno presenti, tra gli altri, uno scultore Inuit della Groenlandia ed artigiani del porfido della Val Camonica”.

A ascoltare Ivano Carcano potremmo dire che da una passione si è arrivati ad una presa di coscienza che si evidenzia conoscendo i popoli indigeniLe diverse popolazioni possono avere caratteristiche differenti, ma tutte hanno lo stesso comune denominatore. La Madre Terra. Noi occidentali i punti di contatto con la natura, con il nostro passato ormai li abbiamo persi, loro ci permettono di riscoprirli. Questo ci permette di capire che inevitabilmente non puoi parlare di un indio dell’Amazzonia se non parli dell’Amazzonia. Da qui l’impegno del Festival per la tutela dell’ambiente. Il loro insegnamento è che non dobbiamo salvare il pianeta, ma noi stessi. Così il calendario dello “Spirito del pianeta” prevede la presenza di molteplici associazioni legate all’ambiente, conferenze, incontri e approfondimenti sulle tematiche ambientali, l’utilizzo della raccolta differenziata e di prodotti compostabili”.

Un successo ed un sempre maggiore seguito ed interesse costruito nel tempo anche grazie ad un ricco programma di intrattenimento come la Marcia della pace delle donne del 27 maggio nata dall’interesse di “un gruppo di donne italiane che ha partecipato alla marcia e parlando con le organizzatrici, ha pensato a come sarebbe stato bello portarla in Italia. Naturalmente abbiamo subito accettato. Sia per il messaggio sia perché portatrici di questo messaggio sono le madri, il fulcro della tradizione, della cultura di ogni popolazione indigena”. Oppure con il concerto di Enzo Avitabile del 31 maggioEnzo Avitabile è un amico da diversi anni che con il suo lavoro tutela quello che è il patrimonio culturale di una terra del nostro paese, uno dei più importanti artefici della cultura tradizionale partenopea, per cui rientra assolutamente nell’essere indigeno. In quanto è fondamentale salvare quello che sopravvive di una terra, anche se è cambiata molto”. Altra serata da non perdere dedicata al Sudafrica in occasione del centenario della nascita di Nelson Mandela il 6 giugno con la presenza di sua nipote Ndileka Mandela, “l’infermiera che ha passato con lui gli ultimi periodi della sua vita, nonché rappresentante della Fondazione Mandela, che porta avanti progetti nelle zone rurali del Sudafrica legati a sanità e istruzione”. E poi ci sarà l’udienza presso il Santo Padre di una delegazione composta da un rappresentante di ognuna delle 24 popolazioni ospiti del Festival il 30 maggio. Senza infine dimenticare la presenza dei Tufi della Papua Nuova Guinea. Sarà la prima volta che lasciano la propria terra, tra l’altro oggi minacciata dal deforestamento consequenziale all’incremento delle piantagioni per la produzione di olio di palma, dopo 5000 anni.

Un festival la cui sostenibilità è garantita dall’impegno volontario “solo in termini di voli aerei i costi sono di 120000 euro, e a ogni gruppo viene dato un contributo per portare avanti le proprie attività e quest’anno è di circa 80000 euro complessivi”, affittando gli spazi espositivi, gestendo bar e ristorante, con qualche sottoscrizione e aiuto da parte di alcuni sponsor, il tutto senza domande di contributi pubblici.

Ascolta l’intervista audio integrale

G. B.

Per saperne di più: www.lospiritodelpianeta.it

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